Ecco perché NON sono a favore del reddito di cittadinanza

Versione breve: il RdC è un’elemosina destinata ai futuri schiavi dello Stato; è uno strumento che ingabbia, dando solo l’illusione della libertà.

Versione lunga: ora ci arrivo.
Non mi piacciono le citazioni, ma ce n’è una che fa al caso mio:

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita (Confucio).

Premetto che, essendo vegano e animalista, non insegnerei né imparerei a pescare, quindi modifico la citazione:

Dai una mela a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a coltivare la terra e lo nutrirai per tutta la vita (Vittorio Tatti).

Ok, posso andare avanti.
Il RdC è questo: un modo per non rendere indipendenti i cittadini, da un punto di vista economico.
Le condizioni per poterlo richiedere implicano l’accettazione di determinate regole, che variano dal numero di offerte lavorative proposte alla distanza dove esse si devono svolgere.
È vero che il pendolarismo è una prassi ormai comune, ma ha numerose implicazioni negative che vanno dalla spesa per spostarsi e al maggior impatto ambientale, oltre all’altissima probabilità di farsi venire un esaurimento nervoso (tra traffico congestionato o treni soppressi o in sciopero o sempre pieni).
Ovviamente chi verrà “assunto” dovrà sopportare, stare zitto e magari pure prostrarsi umilmente ai piedi di chi gli elargirà la generosa mancia.
Ho scritto la parola assunto tra virgolette perché non è detto che sarà veramente così.
Ammettiamolo: se ci fosse davvero lavoro per tutti, la gente già lavorerebbe.
E visto che lavoro per tutti non c’è e non ci sarà (nonostante la finta riforma dei Centri per l’impiego, che non possono creare dal nulla quello che non esiste), qualcosa le aziende si dovranno inventare per giustificare il RdC (che comunque non è eterno), per esempio farti lavorare 15 ore al giorno praticamente gratis, visto che intanto c’è già lo Stato a darti lo stipendio la mancia.
Ma va bene: tutti devono lavorare e contribuire a mantenere in piedi il carrozzone, altrimenti come si potrebbero conservare le poltrone?

Cosa avrei introdotto io, al posto del RdC?
La maggior parte della gente crede che il benessere sia legato al modello di cellulare che può sfoggiare su Facebook: se hai un iPhone sei felice, se hai un Alcatel sei disperato, se non hai un cellulare meglio farti praticare la lobotomia transorbitale.
Chiaramente quello economico è un fattore rilevante nella vita di tutti i giorni, ma dovrebbe servire prima di tutto come fonte per coprire le spese necessarie al proprio sostentamento (alimentazione, salute e via dicendo).
C’è invece un tipo di benessere che, nella società contemporanea, passa in secondo se non in ultimo piano: quello mentale.
Facciamo finta che non tutti siano interessati a possedere un iPhone; facciamo anche finta che allo Stato importi davvero del benessere del cittadino.
Come rendi felice quest’ultimo?
Umiliandolo e rendendolo ancora più dipendente dagli spiccioli presenti nel tuo salvadanaio?
No: lo rendi felice se lo rendi libero, quindi economicamente indipendente.
Qual è il primo obiettivo dello Stato?
Pensare al benessere dei propri cittadini.
Come si misura questo benessere?
Con il gradimento dei cittadini verso le Istituzioni.
Se lo Stato non volesse solo fingere di essere un filantropo, potrebbe utilizzare i soldi del RdC in un altro modo.
Prima di tutto, dovrebbe formare il personale necessario affinché ci sia un incrocio tra domanda e offerta e una reale indagine del livello professionale dei cittadini.
Secondo: dovrebbe chiedere al cittadino quale tipo di lavoro vorrebbe svolgere, compatibilmente con i propri interessi, capacità e qualifiche.
Vien da sé che, quando fai qualcosa che ti piace, non solo sei più concentrato e ti impegni di più, ma senti anche meno la pressione di un dovere da esercitare per il bene della società.
A quel punto, anziché dare al cittadino un finto stipendio in cambio di un presunto vero lavoro (che comunque non sarà mai ricompensato come in caso di una convenzionale assunzione), dovrebbe indirizzarlo in modo tale che possa raggiungere il proprio obiettivo, anche finanziando un progetto imprenditoriale a fondo perduto.

Il lavoro non si genera costringendo le aziende ad assumere gente della quale non ha bisogno, e non risolvi il problema nemmeno detassandole.
Il lavoro si genera, prima di tutto, dalle iniziative personali, dalle idee, dall’incontro tra domanda e offerta.
Per fare un esempio banale, non puoi obbligare un fruttivendolo ad assumere un commesso, ma puoi aiutare un cittadino a diventare un nuovo fruttivendolo (o qualsiasi altra cosa voglia); a quel punto, se ne avrà bisogno, provvederà da sé ad assumere il personale necessario, generando spontaneamente lavoro.
Non c’è richiesta in quella zona?
Sei tu, Stato, che devi preoccuparti di crearla o di dare la copertura finanziaria affinché le idee vincenti possano tramutarsi in fatti concreti.
E se non puoi, allora usa i fondi a tua disposizione per aiutare il cittadino a spostarsi in un altro luogo, per trovargli un alloggio temporaneo e per guidarlo nel percorso di formazione professionale; quando sarà il momento diventerà un lavoratore che pagherà le tasse, rendendo la tua spesa iniziale un investimento a lungo termine, anziché una pezza che non risolverà mai il problema alla radice.

È un parere del tutto personale, ma considero il RdC una grossa occasione sprecata di quello che sarebbe dovuto essere il Governo del cambiamento.
Tre offerte lavorative?
Sarà già tanto se ne arriverà almeno una, che comunque scommetto si troverà ben al di fuori di un raggio di 100 chilometri.
Alla fine si spenderà tutto per sostenere il tragitto casa-lavoro; forse avanzerà qualcosa per una pizza, ma senza cinema (perché non è una cosa necessaria).
E al termine dei mesi di copertura?
Il RdC non è così alto da potersi permettere di accumularlo, anche perché, se non ho capito male, è spendibile solo mese per mese, poi si azzera.
E poi?
Dopo che il tuo cittadino si sarà spaccato la schiena per un’azienda che l’ha sfruttato fino al midollo, cosa ne sarà di lui?
Lo hai aiutato a sopravvivere (non vivere) per un po’ di tempo, come farebbe un passante con un cane randagio: ti getto un osso, ma poi ti dovrai arrangiare.
Non è stata una mossa lungimirante, ma è servita per accalappiare un po’ di voti; il problema è che la gente si accorgerà dell’inefficacia di tale provvedimento e finirà per tornare al male più grande, cioè il renzismo a sostegno della schiavitù di massa importata dall’Africa.
E potrebbe andare pure peggio, con quel berlusconismo ancora vivo e vegeto, che mira solo a generare profitto di matrice capitalista a scapito del già citato benessere mentale.
Purtroppo per me, mi sa che vivrò abbastanza a lungo per vedere sorgere nuovamente quell’apocalittico scenario.

Vittorio Tatti

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Inutile

Niente, non ce la facciamo proprio a far venire giù un po’ di pioggia, eh?
Non c’è nemmeno una nuvola di passaggio; è insopportabile rivolgere lo sguardo al cielo e vedere sempre azzurro ovunque.
La gente che ama fare baldoria crogiolandosi al sole sarà contenta, ma poi faremo tutti i conti quando, in estate, bisognerà razionare l’acqua.
Auguro ai meteociarlatani rubastipendio dieci generazioni di peste bubbonica.

Vittorio Tatti

Cosa farò da grande?

Solitamente è una domanda che ci si pone quando si è in età da scuola media o, al massimo, superiore; io ho continuato a chiedermelo a 20, 25, 30, 35, 36, 37, 38, 39, 40, 41, 42 e 43 anni, e ancora non ho una risposta.
Non lo so per due semplici ragioni.
La prima è che quello che mi piace oggi potrebbe non piacermi più domani; ma vale anche l’opposto: potrebbe piacermi qualcosa che ancora non ho scoperto.
La seconda è che quelle che chiamiamo scelte non sono quasi mai atti volontari, ma spesso solo alternative determinate da fattori esterni.
Ci sarebbe anche una terza ragione, ossia il non sentire in me alcuna vocazione; è vero che mi piace scrivere, ma lo faccio solo perché la vita non è che mi riservi chissà quali soddisfazioni.
Il resto… potrebbe esistere o non esistere, per quel che m’importa.
Non so cosa voglio, oppure lo so ma non posso averlo.
E il fatto di dovermi adattare non aiuta di certo, anzi: mi fa sentire ancora di più il peso della costrizione.
Forse non so quello che voglio fare perché quasi tutto viene svolto in funzione di una società che detesto; dovrei ridurmi a essere anche io l’ennesimo ingranaggio di un meccanismo che, se dipendesse da me, vorrei che s’inceppasse irrimediabilmente.
Voglio fare qualcosa unicamente ed esclusivamente per me, su questo non ho dubbi; cosa, però, non lo so.
Non voglio solo un riempitivo in attesa della pensione (anche perché non è detto che ci sarà ancora, tra qualche decennio), così come non voglio che la pensione sia solo una stanca fase in attesa della liberazione finale (quella che qualcuno definisce, pessimisticamente, morte).
È pur vero che, quella del cadavere, è una condizione ideale in quanto immune a qualsiasi problematica sociale: nessuno ti dà più fastidio, non devi più seguire alcuna regola, non hai più doveri; te ne puoi finalmente fregare di tutto e di tutti.
Comunque, già che sono vivo – e non ho scelto io di esserlo –, almeno vorrei trascorrere il mio tempo in pace e con gli stimoli mentali più congeniali al mio carattere.
Non ho alcuna ambizione, se non quella di avere il minor numero possibile d’interazioni umane; poi, in teoria, mi va bene qualsiasi cosa.
C’è chi dà la priorità allo stipendio, chi alla possibilità di avere il fine settimana libero, chi preferisce essere sempre in viaggio e chi è in sintonia con la notte.
Il mio unico imperativo è questo: non fatemi più abitare e lavorare a contatto con altri umani.
Non chiedo un conto in banca a sei zeri, una villa con piscina, un’auto da corsa e un panfilo; se anche avessi ‘ste cose, baratterei tutto per cibo per gatti e libri.
Prendetevi tutto, ma non privatemi di isolamento e silenzio.

Vittorio Tatti

Ce la faranno?

Ormai anche i meteociarlatani fanno come i giornalisti: si copiano le notizie tra loro, scegliendo quelle con i toni più catastrofici.
Riusciranno almeno ad azzeccare le previsioni, questa volta?
Siete tutti testimoni di quello che è stato annunciato.
Li aspetto al varco con la forca tra le mani e li sputtanerò alla grande, se ci sarà il sole.

Vittorio Tatti

Osservati da lontano

Chissà se, in un angolo sperduto di questo vasto universo, un mio omologo alieno si sta svegliando proprio adesso e sta provando irritazione nel vedere sempre un cielo soleggiato e perennemente sgombro da nuvole.
Personalmente non credo che esista, e questo rende ancora più spiacevole la certezza dell’inutilità del nostro universo: potremmo avere un pianeta a testa e non infastidirci reciprocamente, e invece siamo tutti ammassati su questo patetico granello di sabbia cosmico.
Però ipotizziamo che questo omologo esista, altrimenti non avrebbe senso scrivere un articolo basata sul nulla.

L’alieno, munito di un potente telescopio, percepisce la radiazione elettromagnetica emessa dal nostro pianeta e si accorge che qui è presente una specie egocentrica che crede di essere il centro dell’universo.
Non è una specie intelligente, ma è pur sempre vita, così l’alieno comincia a spiarla a distanza di qualche anno-luce.
Dopo un po’ di tempo, si rende conto delle numerose incongruenze che la contraddistinguono.
Non capisce come sia possibile, in uno spazio così ridotto, la convivenza tra persone che si fanno la guerra insieme ad altre che litigano per una partita di calcio.
Non comprende perché in alcune zone si muore di fame e in altre ci sono problemi legati all’obesità.
Prova disgusto e raccapriccio nel vedere animali trattati come oggetti, a esclusivo uso (e abuso) della specie autodefinitasi intelligente.
Sul pianeta dell’alieno il tempo scorre in maniera diversa: un giorno dei suoi equivale a dieci anni dei nostri.
Dopo una settimana torna a osservarci e rimane allibito nel vedere le terre emerse ridotte a un misero 1% di tutta la superficie del pianeta.
Ma non se ne preoccupa: è solo un alieno e il suo problema più grande è quello di vedere qualche nuvola in cielo, perché la luce del sole gli dà fastidio.
Ignora che sono esistite opere d’arte letterarie, musicali, scultoree e pittoriche.
Ignora che quella specie ha amato e odiato, ha sofferto e gioito.
Ignora anche che ha cercato, invano, di scoprire i segreti dell’universo e tentato di comunicare con altre civiltà.
Però non c’è riuscita e, nel giro di pochi anni alieni, si è evoluta, si è involuta e, infine, si è estinta.
Credeva di essere una specie eletta; invece è comparsa solo per un insignificante errore del caso, il quale ha rimediato annichilendola una volta per tutte.
L’alieno scopre che la nuova specie dominante è uno scarafaggio acquatico.
Del tutto comprensibilmente, avvisa gli scienziati del proprio pianeta, per cercare di mettersi in contatto con una specie finalmente intelligente.

Vittorio Tatti

Il grammar nazi #39

Gli domiciliari?
Un’ambiente?
Questi giornalisti sono sempre più osceni e ignoranti; dovrebbero restituire lo stipendio oppure investirlo in un corso di grammatica elementare.
E non difendeteli con la scusa del T9: un giornalista serio dovrebbe scrivere servendosi di una vera tastiera e, soprattutto, rileggere e correggere (ammesso che ne sia in grado…).

Fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2019/01/15/ADSPEGnD-camiciottoli_boldrini_processo.shtml.

Vittorio Tatti

Un anno inutile

Stranamente questo blog è arrivato a quasi un anno di vita.
In media lo tengo aperto una decina di mesi, poi chiudo, sparisco e riapro dopo un po’; stavolta non è capitato, forse perché non si sono interrotti cicli e non se ne sono aperti di nuovi.
Avverto solo un lungo, lento e inarrestabile declino, quindi il blog non ha motivo di essere chiuso, perché scriverei le stesse cose anche se ne aprissi un altro.
Guardando i back-up dei precedenti, forse ce n’è solo uno che mi manca davvero e che avrei voluto durasse di più, mentre tutti gli altri hanno rappresentato unicamente fasi di transizione verso qualcosa di diverso (non per forza in meglio o in peggio).
Vedremo quanto ancora durerà questo e se avverrà una svolta che mi convincerà a chiuderlo per ricomparire in seguito.

Vittorio Tatti

Solo io e lei

Per alcuni la solitudine è come la carezza pungente di un’entità spettrale, mentre per altri è come una calda coperta che ripara dall’imposizione della socializzazione; io faccio parte della seconda categoria.

Mi piace la solitudine (o meglio, la solitarietà, in quanto atto voluto) perché non devo scendere a compromessi, non mi devo adattare a ritmi diversi dai miei, non devo litigare per il fatto di non avere vizi ed essere considerato un guastafeste perché non mi unisco alle bevute.
Già da questo si può intuire la mia scarsa propensione al venirsi incontro a metà strada e il mio totale disinteresse a rinnegare quello che sono per compiacere ipocritamente gli altri.
Tuttavia, pur amando la solitudine/solitarietà, a volte mi piacerebbe condividerla con un’altra persona (rigorosamente di sesso femminile), anche se può sembrare un controsenso.
Con una lei solitaria come me, per esempio, ci sarebbe comprensione per l’individualità, ma si sentirebbe anche il bisogno di fare qualcosa in coppia che coinvolga sensi, emozioni e sentimenti (incluso il sesso, altrimenti mi accontenterei pure di un’amicizia maschile).
Stare con qualcuna è bello, a patto che…

All’inizio sembra tutto perfetto, ma è solo un’impressione: il mondo intorno continua a fare schifo, anche quando si è innamorati.
L’amore non è una cura, ma un placebo; è un’evanescente illusione, un miraggio provocato dall’ossitocina.
Così capisci che non è veramente tutto perfetto: non lo è lei e non lo sei tu.
In alcuni casi la vorresti diversa, ma sai che non puoi pretenderlo.
In altri casi sei tu a dover cambiare, ma non vuoi.
La verità è che ci sono persone che non sono fatte per una relazione convenzionale, dove si condividono le spese per il mutuo della casa, si allevano figli che diventeranno teppisti, si trascorrono le cene natalizie con i genitori di una delle due metà e si esce nei fine settimana con altre coppie di amici; sono tutte cose che detesto ed ecco perché ho specificato che la mia lei ideale dovrebbe essere solitaria.
Se sto con qualcuna, lo faccio perché mi piace lei e solo con lei vorrei trascorrere il mio tempo, quindi non capisco la necessità di coinvolgere sempre altre persone (amici e/o parenti) nella relazione.
Se dico che mi manchi, vuol dire che mi manchi tu: non me ne frega niente dei tuoi genitori, zii, cugini, compagni di università, colleghi di lavoro, amici d’infanzia e via dicendo.

Una lei solitaria terrebbe alla larga tutta quella gente che nemmeno io sopporto, mantenendo vivo il rispetto dell’individualità e, allo stesso tempo, della reciproca attrazione e del desiderio di stare insieme, senza contaminazioni sociali esterne.
Il problema è che molte persone tendono a essere social anche nella realtà, quindi si sbattono per coltivare decine d’interazioni che, forse, nemmeno loro vorrebbero.
Riconosco che potrei essere io quello strano e che la normalità potrebbe implicare di circondarsi di persone, anche se sono idiote.
Allora per me ci vuole una strana, non una normale, non una social, non un’amante dei viaggi e dei sorrisi elargiti per elemosinare attenzioni.
Per me ci vuole qualcuna per la quale valga la pena prendere una pausa dalla mia solitarietà, come se oltre a lei non esistesse nessun altro al mondo, visto che nessun altro al mondo è di mio gradimento.
Ci posso essere solo io e ci può essere anche lei, ma chi non è invitato no.
È un concetto estremo, ma io estremo lo sono quasi sempre.

Vittorio Tatti