In cerca di…

Essere single ha tanti vantaggi: puoi fare quello che vuoi, con chi vuoi, dove vuoi, per quanto vuoi, con i tuoi tempi, seguendo l’umore del momento e senza dare la minima spiegazione a nessuna se volessi sparire di punto in bianco.
In poche parole, puoi socializzare senza vincoli, rimanendo immune alle crisi di coscienza e liberandoti da ogni impegno solo perché ti gira di farlo.
Il problema arriva quando vuoi qualcosa di più di una “botta e via” (concetto da prendere in considerazione non per forza in senso letterale), magari perché hai trovato qualcuna veramente interessante e vorresti approfondire la conoscenza.
Dover ricominciare dall’inizio ogni volta richiede un non indifferente dispendio di energie mentali e chiudere e riaprire il blog con una frequenza allucinante non aiuta.

Perché ho tirato in ballo il blog?
Perché è l’unico luogo nel quale ho la possibilità di conoscere ragazze/donne con i miei stessi interessi e anche caratterialmente stuzzicanti (almeno in apparenza).
La chat va esclusa a priori, perché lì ci sono solo utentesse (si può dire?) in cerca di una botta e via; non che mi dispiaccia, ma bisogna anche trovare quella che non abiti a centinaia di chilometri di distanza e che possa farsi vedere in giro con un altro che non sia il fidanzato/marito.
Per il primo approccio escludo a priori anche la realtà, nel senso che, prima di conoscere, voglio conoscere.
Non è una contraddizione, ma è necessario che mi spieghi meglio: prima di perdere tempo per capire com’è fatta una persona, voglio sapere se ne vale la pena osservando il suo carattere e la sua personalità.
Di persona ci si attrae quasi esclusivamente per una fattore estetico e, pur ammettendo l’importanza dell’esteriorità, non dice nulla sull’interiorità di quell’individuo, quindi sarebbe una completa incognita.
Inoltre non sopporto i riti convenzionali della socializzazione, tipo andare a bere un caffè; è una cosa che non m’interessa e, anzi, mi suggerisce che quella persona frequenta abitualmente bar e locali del genere; indirettamente può voler dire che ama la musica a tutto volume, che fuma e che le piace lo sballo in generale.
Può sembrare discriminatorio, ma non lo è, perché non rivolgerei la parola alla lei di turno nemmeno se fosse bellissima e se la incontrassi in una libreria; il motivo è sempre lo stesso: prima di conoscere, voglio conoscere.

Il blog è il luogo più idoneo proprio per questo: attraverso quello che la blogger scrive, ho modo di scoprire qualcosa di lei senza espormi, analizzandola e rimanendo libero da ogni vincolo; se dovesse piacermi potrei farmi avanti, altrimenti manterrei le distanze e nessuna saprebbe niente.
C’è però un problema: è da parecchio tempo, ormai, che non trovo blogger sentimentalmente stimolanti.
L’ultima ad aver catturato la mia attenzione (la musina) è sparita dopo che ho chiuso il precedente blog e non l’ho più seguita; in ogni caso non le avrei detto niente, quindi non si può nemmeno considerare persa.
Prima ce ne sono state tante altre: con una nacque una bella amicizia (interrotta bruscamente perché stavo iniziando a trovarla troppo attraente e lei non poteva superare un certo limite), con un’altra iniziai una relazione di quasi un anno (ma fu la dimostrazione che, quando non c’è corrispondenza tra parole e fatti, allora è tutto tempo sprecato) e altre prima di loro si prestarono a simulare un gioco di seduzioni troppo fine a se stesso.
Nei blog è presente anche un altro ostacolo, che è sia pregio sia difetto insieme: l’eccessiva riservatezza.
È senz’altro un punto a favore leggere frammenti di vita di una lei attraente e non esibizionista; peccato che i requisiti essenziali vengano quasi sempre taciuti: non tutte, infatti, scrivono se sono single o impegnate, se sono interessate a una relazione oppure no.
Certo, non esiste alcuna regola non scritta che le costringa a descriversi per filo e per segno (anche perché il blog non sarebbe un luogo di rimorchio universalmente riconosciuto come tale), ma ammetto che una scheda personale dettagliata non mi dispiacerebbe, anche perché il troppo mistero nasconde quasi sempre una fregatura.

Detto questo, rimane ancora da soddisfare la condizione iniziale: conoscere una lei che sia stimolante, disponibile, compatibile e, ultimi requisiti ma non per ultimi, che provi interesse nei miei confronti, che non abiti dall’altra parte del mondo, che non faccia la ritrosa figa di legno, che abbia desiderio di iniziare una relazione e che voglia limitarsi solo a quello (quindi senza introdurre nella coppia elementi di disturbo quali famiglie, parenti e amici).
Ogni lettura dell’articolo di una nuova blogger si trasforma in un’attenta analisi scientifica per individuare eventuali punti di convergenza e scoprire la sua età, la sua zona di residenza, il suo stato civile e via dicendo.
Poi bisogna iniziare a interagire, per capire qualcosa del suo carattere dalle risposte che fornisce; anche il blog va esaminato scrupolosamente, per cercare eventuali foto o profili social esterni.
Ti sbatti tanto e per ironia finisce che, a ronzarti in testa, sia quella che hai sempre snobbato (perché, a prima vista, non aveva i requisiti necessari, quindi era stata debellata dalla lista); in quel caso ci sono solo due alternative: rischiare o sparire.
In conclusione, comunque, dalla mia esperienza posso affermare questo: quando pensi male hai quasi sempre ragione, ma quando pensi bene hai quasi sempre torto.

Vittorio Tatti

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Orrore

Commentando questo articolo, mi sono posto una domanda: il concetto di orrore è univoco e universale oppure varia da soggetto a soggetto?
Proverò a dare la mia definizione e, se vorrete, potrete farlo anche voi.

Mi rendo conto che, a una lettura superficiale, molti miei post possano dare l’impressione che sia una persona depressa e frustrata, ma io mi conosco bene e so di non esserlo.
So che adoro passeggiare in riva al mare, anche in una giornata di sole.
So che adoro i mercatini librari e che, pur nella mia misantropia, mi fermo occasionalmente a parlare con chi allestisce le bancarelle.
So che non sono allergico all’aria aperta e che, anche se è un evento più unico che raro, mi piace socializzare a piccole dosi e a scadenza.
Ma so anche che odio il sole quando sono in casa, perché la gente si anima e fa casino.
So che evito come la peste chi corre in moto, chi cammina barcollando con una lattina di birra in mano, chi parla solo di calcio.
So che sono molto selettivo e che non mi accontento di chiunque, quindi, il più delle volte, preferisco la solitarietà al dover indossare una maschera.
Sono tante le cose che mi piacciono, ma sono ancora di più quelle che detesto; di conseguenza, il mio problema non è la mancanza di stimoli vitali – tipici di una fase depressiva –, anzi: è averli così forti da doverli reprimere, a causa dell’impossibilità di poterli esprimere come e con chi piace a me, e patire immensamente per questo.
Ecco cosa sono: non depresso o frustrato, ma represso.
Represso perché è difficile trovare persone compatibili al 100% e/o spazi idonei per godermi la tranquillità; represso perché vorrei letteralmente (ripeto: letteralmente) uccidere tutte le persone che non sopporto e che quotidianamente attentano al mio necessario e costante bisogno di silenzio.

Quando mi capitava di trascorrere del tempo libero con amici della via dove abitavo, con compagni di scuola, con colleghi del militare o di lavoro, spesso e volentieri mi beccavo l’appellativo di guastafeste.
Guastafeste perché, al contrario di molti di loro, non mi ubriacavo, non mi facevo le canne e non andavo con le bagasce; finiva sempre che, non avendo la minima intenzione di adattarmi al branco, uscivo in sordina dal gruppo, con somma gioia da entrambe le parti.
Soprattutto ora, a distanza di anni, non m’interessa piacere a tutti i costi né voglio essere al centro dell’attenzione: tutto quello che desidero è essere lasciato in pace, avere la mia libertà e il mio sacro spazio vitale, dentro il quale nessuna persona non scelta da me può mettere piede.
Questo spazio vitale, purtroppo, non è solo metaforico, ma richiede anche tanto spazio fisico: considero, infatti, una grave violazione della mia libertà anche essere disturbato da fastidiosi rumori prodotti da altre persone.
Detto sinceramente, un rumore provocato da un ipotetico fantasma susciterebbe la mia curiosità, mentre quello prodotto dai vicini di casa mi fa solamente incazzare.
Per evitare chi non sopporto, posso fare due cose: rintanarmi in casa o ritagliare uno dei rari spazi sociali lontani da loro.
Il più delle volte, però, devo sopportare in silenzio o litigare, perché la gente maleducata non si rende conto di esserlo o se ne frega di arrecare disturbo agli altri.
Ecco cosa considero pauroso ed ecco chi considero mostri: la società e chi ne fa parte.

Desidero ardentemente prendere le distanze da qualunque essere umano ma, fino a quando non riuscirò nel mio intento, quel poco di piacere infuso da scrittura, lettura o altre attività riflessive, mi scivolerà addosso e continuerò ad accumulare rabbia su rabbia.
Quindi non leggerete nemmeno articoli allegri, gioiosi, sereni e positivi, per una semplice ragione: dentro di me non c’è niente di tutto questo.
Per il momento posso solo alienarmi su un’app dedicata ai messaggi in bottiglia (Bottled) o all’estinzione dell’umanità (Plague Inc.).

Vittorio Tatti

Condannato a vivere

Poche gocce di pioggia non sono bastate a infondermi sollievo né a placare il mio rancore: il sole è sorto come ogni altro giorno su questa detestabile esistenza e, come l’affilata lama di una ghigliottina, ha tranciato il capo della speranza di un mondo senza più luce.
E domani il sole ci sarà ancora, e poi ancora e ancora e ancora, come una sadica sentenza per la quale non riceverò mai la grazia.
Non c’era, non c’è e non ci sarà mai pace finché anche un solo bipede umano continuerà a ronzarmi intorno come un insetto, pur non ritenendo assolutamente fastidioso quest’ultimo; ogni membro della società è mio nemico, la società è ostile e io sono ostile a essa.
Un pianeta grande quanto la Terra è diventato il luogo dell’esilio della mia anima: una prigione con sbarre invisibili, ma così solide da non poter essere nemmeno scalfite.
Paradossalmente è la mancanza di sbarre a limitare il mio spazio, proprio perché può essere invaso da chiunque.
Pace, libertà e silenzio sono considerati crimini in questa cancrenosa detenzione e il mio carnefice si diverte a infangare quotidianamente questi valori.
Il mostro nato dalle mani del dottor Frankenstein chiese al proprio creatore solo una compagna, per andare con essa a vivere in terre sconosciute e lontani dalla civiltà, ma il dottore calpestò anche quel piccolo diritto della propria creazione, rinnegando e disprezzando l’essere al quale egli stesso aveva dato vita.
Il mostro ha tutta la mia solidarietà, perché non ha chiesto a nessuno di essere creato, eppure il dottore non esita un solo istante quando si tratta di cercare di ucciderlo; non solo evita di comprenderlo, ma lo biasima per aver reagito a una continua serie di angherie e mostruosità tipiche della specie umana.
Chi è il vero mostro, quindi?
La mia vita vuole liberarsi dal giogo di regole sociali che non ho deciso, da un orario imposto e da doveri per i quali non sono stato consultato.
Non voglio avere niente a che fare con gli esseri umani: non voglio il lavoro, non voglio i servizi offerti, non voglio pagare le tasse, non voglio la pensione, non voglio esser un rispettabile membro di questa marcia società, non voglio sprecare il mio tempo per donarle un futuro.
Non voglio contribuire a confortare un malato, a far sorridere un bambino, a proteggere un indifeso, a sfamare un affamato: io non appartengo all’umanità, la detesto e desidero che si estingua, quindi non mi si chieda di provare sentimenti per essa.
Come il mostro di Frankenstein, voglio una terra sconosciuta agli invasori umani – tranne, come unica eccezione, a una donna simile a me –, nella quale poter respirare solo e indisturbato, per contemplare la pace, la libertà e il silenzio.
Mi hanno condannato a vivere e non mi viene data nemmeno la possibilità di farlo come meglio mi si addice.

Vittorio Tatti

Istruzioni per rendersi infelici – Paul Watzlawick

Dopo tanti inutili manuali su come diventare felici, ecco spuntare fuori un’utile guida su come sfruttare al meglio la propria negatività, per conseguire almeno un importante successo nella vita: trovare l’infelicità.
Tra il serio e il faceto – ma più sul faceto che sul serio – l’Autore ironizza su tutti quei perversi e masochistici atteggiamenti umani che giustificano la nostra spontanea infelicità, analizzando contorti ragionamenti mentali nei quali sono riuscito a rispecchiarmi.
Ne consiglio la lettura a tutti quegli insopportabili utenti che quasi t’impongono di voler essere felice, di sorridere sempre e comunque, di considerare ogni individuo un proprio fratello spirituale.

Voto: 7.

Vittorio Tatti

Racconti – Franz Kafka

Cominciai ad apprezzare Franz Kafka fin dai tempi della scuola – nonostante fosse una lettura obbligata – grazie a Il processo e La metamorfosi (racconto contenuto in questa raccolta).
La qui presente antologia di racconti rispecchia pienamente il ben noto paradigma kafkiano: i protagonisti prendono parte a situazioni surreali, grottesche e allucinanti, a volte lasciandosi sopraffare dall’angoscia e altre da una macabra ironia.
Pur avendo apprezzata l’atmosfera di quasi tutti i racconti, alcuni di essi sono risultati inconcludenti, senza capo né coda, forse per via della brevità con la quale sono stati narrati.
Da queste breve riflessioni, però, è emersa maggiormente la malinconica vena poetica accantonata nei racconti lunghi, nei quali era invece presente una trama solida e coinvolgente.

Voto: 7.

Vittorio Tatti

Lavoro: tra diritto e dovere

Caro Di Maio,

non so quante promesse proclamate in campagna elettorale potrai mantenere, ma spero che questa fantomatica rivoluzione dei Centri per l’impiego non si limiti unicamente ad assumere qualche persona in più, perché servirebbe solo a dare lavoro a chi occuperà una poltrona lì dentro.
I Centri per l’impiego devono fare da intermediari attivi tra chi offre e cerca lavoro e non porsi come unica finalità il suggerimento su come compilare un CV da inviare alle aziende, visto che dovrebbero svolgere loro quel compito in mia vece.
Sono pagati per trovare lavoro e/o lavoratori, non stanno facendo un favore personale a nessuno, quindi che si guadagnino lo stipendio.
Non sarebbe anche ora di dichiarare fuorilegge qualsiasi annuncio del tipo “Cercasi apprendista massimo 29enne, con esperienza pluriennale nella mansione”?
Passata quell’età si diventa improvvisamente rincretiniti?
Quanti padri di famiglia cinquantenni ci sono senza lavoro, che risponderebbero subito a tanti annunci riservati ai ventenni?
Come li ricollochi, se sono marchiati a vita da un’unica mansione svolta per decenni e che non ha più sbocchi nel mercato?
In mancanza del posto fisso, paradossalmente, non sarebbe invece meglio favorire l’alternanza da un lavoro a un altro?
Chi ha fatto il muratore per vent’anni, non potrebbe imparare a fare il panettiere?
E chi ha sempre svolto il lavoro di baby-sitter, non può diventare stenografa?
Esiste un periodo di prova: dammi la possibilità di sfruttarlo per far capire se posso o no svolgere quel ruolo, altrimenti mi mandi via e pazienza.
Probabilmente sarebbe meglio utilizzare parte o tutti i fondi cercati per il reddito di cittadinanza per finanziare la formazione all’interno delle aziende, senza però riservarla solo ai giovani.
Non sarebbe nemmeno male sfruttare quei soldi per concedere piccoli prestiti a fondo perduto, non solo al Sud, non solo alle donne, non solo ai giovani, ma a chiunque presenti un progetto di una certa rilevanza sociale.
Anzi, perché non accantoni del tutto il reddito di cittadinanza e le ore gratuite (incluse quelle svolte come volontari) di lavoro per il Comune?
Non sarebbero in ogni caso gratuite, ma il lavoratore dovrebbe rendere conto del sussidio e lo costringeresti a sorbirsi la pesantezza dell’ennesima procedura burocratica; in cambio di un lavoro è naturale esigere uno stipendio, senza inutili artifici e senza dover dare spiegazioni a nessuno.
Perché non dare alla gente la possibilità di diventare economicamente indipendente, anziché tenerla al guinzaglio con un’elemosina una tantum?
E un’altra cosa: perché non creare un database centralizzato e unico degli annunci di lavoro?
Si vedono ovunque richieste discriminatorie di persone che cercano, non trovano e poi si lamentano degli italiani che non vogliono lavorare; peccato che non dicano quali assurdi requisiti ricerchino.
Lo Stato ha il dovere e la responsabilità di vigilare su queste persone e ha il dovere e la responsabilità di far combaciare domanda e offerta a qualsiasi livello, usando i Centri per l’impiego come strumento.
Basta annunci personali su discutibili siti e foglietti appesi nelle stazioni: chi offre lavoro lo faccia solo attraverso il Centro per l’impiego, in modo che lo stesso avvisi chi sta cercando lavoro e si controllo sull’onestà dell’inserzione.
Forse, in questo modo, qualche italiano in più potrebbe lavorare e ci risparmieremmo i piagnistei di Boeri e il suo desiderio d’importare manodopera dall’Africa.

Vittorio Tatti

La solitudine dei libri primi

Ripensate a voi qualche mese o anno fa, intenti a passeggiare spensierati in una libreria o in un mercatino di libri.
Rovistate tra i ripiani o gli scatoloni serenamente, senza ansia o stress, ma dentro di voi qualcosa si è già messa in azione: non siete indecisi su quale libro prendere, ma state calcolando mentalmente quanto potete spendere in quel preciso momento, per acquistare più libri possibili.
Cercate di rimanere razionali, vi autosuggestionate sull’inutilità di prendere quel saggio di un filosofo indiano con un occhio solo oppure quel romanzo scritto da un pastore degli Urali; alla fine ripiegate su un’antologia di poesie scritte in eschimese.
Non siete molto convinti, ma chi può dirlo: forse potrebbe comunque valerne la pena, soprattutto quando dovrete scrivere la recensione e vi spaccerete per illustri intenditori di pregiata letteratura.
Comprate il libro, lo portate a casa, lo catalogate, lo riponete nella libreria e mentalmente gli date appuntamento per il giorno dopo, per leggerlo senza affanni; solo che non lo fate.
Il giorno dopo uscite di nuovo di casa per un impegno, finite prima del previsto e sfruttate il tempo che vi avanza per un’altra capatina in libreria.
Avete già un libro da leggere e che vi sta aspettando fedelmente a casa, ma voi vi comportate da bagasce e rivolgete la vostra attenzione a un altro libro, voltando le spalle all’acquisto precedente.
E non è tutto: stavolta vi concedete un’orgia con un’offerta 3×2, che per voi diventa 12×8, perché sarebbe un sacrilegio non approfittare di quella promozione che capita solo una volta alla settimana.
Una vocina dentro di voi vi avverte della presenza di un problema: siete affetti dallo tsundoku, ossia la compulsiva mania di acquistare libri su libri, anche quando ne avete già centinaia ancora da leggere.
Tsundoku (積ん読) è un neologismo giapponese nato dalla fusione dei termini tsunde-oku (積んでおく mania di accatastare oggetti) e dokusho (読書 lettore di libri), che indica appunto l’acquisto compulsivo di libri.
Una delle conseguenze dello tsundoku lo suggerisce il titolo dell’articolo ed è quella di farvi scordare del rarissimo poema latino che stavate cercando da decenni, per rimpiazzarlo con l’ultima ristampa di un urban fantasy dal quale è stato tratto un film.
Poi c’è anche la continua carenza di spazio, che vi costringe a comprimere tutti i libri in una dimensione parallela (sfidando ogni legge fisica), pena una forzata e tragica vendita dei volumi in eccesso.
Neanche l’aspetto economico andrebbe tralasciato, soprattutto se comprate tanti libri nuovi; con l’usato, invece, potete continuare a leggere e a nutrirvi nello stesso tempo.
Voi avete lo tsundoku?
Chi non ce l’ha scagli la prima pietra il primo libro.
Accomodatevi sul lettino, rilassatevi e confidatevi.

Vittorio Tatti

La ricchezza di un sogno

Questa mattina, parlando con un’amica intenzionata ad aprire una libreria, è emersa l’annosa questione della difficoltà di reperire soldi per dar vita a un sogno.
È vero che i sogni più belli non dovrebbero avere prezzo, ma sulla Terra ce l’hanno eccome.
Può sembrare ridicolo reperire una piccola cifra per aprire una libreria, ma non è così scontato, soprattutto tenendo conto della nient’affatto remota possibilità di fallire e perdere tutto.
Riconosco che, potendo disporre di un prestito a fondo perduto, anche io mi cimenterei in tale attività, o almeno ci proverei; peccato che nessuno dia niente per niente, e poco importa metterci la passione: chi ti dà soldi rivuole soldi con gli interessi, non sorrisi e abbracci.
Penso a tutti quei milionari che non sanno nemmeno come spendere i soldi che accumulano, se non comprando più auto o aggiungendo più stanze alla villa; nei casi più estremi ci si può permettere addirittura uno yacht o un jet privato.
Per una piccola libreria, però, sarebbe sufficiente la novecentomillesima parte della cifra necessaria per acquistare uno di questi capricci di lusso.
Peccato che ci sia un’enorme differenza tra sogno e sfizio: il primo, soprattutto se modesto e con una finalità culturale, dovrebbe essere accessibile a tutti e non essere considerato un lusso destinato a pochi.
In questo intravedo una profonda ingiustizia figlia di un mondo capitalista, dove pochissimi privilegiati hanno più soldi di tutto il resto della popolazione mondiale messa insieme.
Se ognuno di quei ricchi si privasse di una piccola parte dei propri averi rimarrebbe comunque schifosamente ricco, ma darebbe a persone normali la possibilità di realizzare sogni altrimenti irraggiungibili o quasi.
Chiaramente non si può pretendere niente da nessuno, ma almeno non meravigliamoci del fatto che ci sia tanta infelicità nel mondo.

Vittorio Tatti

Un inutile universo d’inutilità

L’antropocentrismo è una credenza rivolta a considerare l’uomo il protagonista assoluto, come se fosse il fine ultimo di Dio e non il frutto del caso.
Ma meritiamo davvero quella posizione?
Aristotele e Tolomeo mettevano la Terra come centro dell’universo (geocentrismo), ma Copernico e Galileo posero i mattoni per la moderna astronomia (eliocentrismo); Keplero e Newton diedero il colpo di grazia all’astronomia superstiziosa.
Se la Terra non è più il centro dell’universo, quindi, perché noi dovremmo continuare a considerarci dei privilegiati?
Nel nostro piccolo dominiamo e asfissiamo il pianeta con la nostra presenza parassitaria: uccidiamo animali, inquiniamo terra, aria e acqua.
Certo, proviamo anche emozioni quali l’amore, l’odio, la paura e via dicendo, ma sono tutti effetti di semplici reazioni chimiche che avvengono nel nostro cervello.
Abbiamo realizzato la Piramide di Cheope, la Cappella Sistina, la Divina Commedia, la Torre Eiffel e Facebook (LOL), ma servono davvero a qualcosa, se non a farci sentire inutilmente importanti?
Riflettiamo un attimo…

Un essere umano è alto mediamente 1,75 metri, pesa sui 70 chilogrammi ed è composto da circa 7000000000000000000000000000 (sette miliardi di miliardi di miliardi) di atomi.
Un atomo, per esempio quello di idrogeno, è composto da un nucleo con un protone (non ha neutroni, tranne che negli isotopi) e da un elettrone che gli gravita intorno.
Ha un raggio atomico di 53 picometri (1 picometro = 0,000000000001 metri), ma esistono particelle ancora più piccole ed elementari – cioè non suddivisibili ulteriormente – come i quark, i fotoni, i neutrini, i bosoni e i gluoni; gli elettroni, al contrario di protoni e neutroni, sono particelle elementari.
Protoni e neutroni misurano 1 femtometro (0,000000000000001 metri) di raggio, mentre un quark è grande 1 attometro (0,000000000000000001 metri).
Il neutrino è il più piccolo, grazie al suo 1 yoctometro (0,000000000000000000000001 metri) ben portato.
Ma esiste qualcosa di ancora più piccolo?
Almeno a livello concettuale, diciamo di sì: le stringhe, le d-brane e la lunghezza di Planck.
Se stringhe e d-brane chiamano in causa teorie di un universo a più dimensioni (oltre a larghezza, lunghezza, profondità e tempo), la lunghezza di Planck è la distanza più piccola rappresentabile in natura, oltre la quale non ha più senso andare da un punto di vista fisico.
Considerando l’infinitamente piccolo, sembra che ognuno di noi porti con sé una mole sterminata di possibili universi; qua andiamo ben oltre la fantascienza, ma perché non usare almeno la fantasia?
Torniamo alla nostra altezza standard e procediamo ora verso l’infinitamente grande.

Tenendo nuovamente conto delle dimensioni medie di un essere umano, iniziamo a vedere quanto è grande il pianeta sul quale viviamo: la Terra ha un diametro approssimativo di 12756 chilometri.
Bazzecole, dal momento che, con i moderni mezzi di trasporto, potremmo fare il giro del mondo in poco, relativamente parlando, tempo.
Sapete quanto dista la Luna dalla Terra?
Più o meno 384400 chilometri, che non sono poi molti potendo viaggiare alla velocità della luce (che, nel vuoto, misura 299792,458 chilometri al secondo).
Nello spazio che separa Terra e Luna ci potrebbero quasi stare tutti i pianeti del Sistema solare (a esclusione della stessa Terra e di Plutone).
E il Sole quanto è grande?
Ha un diametro di 1,391 gigametri (1 gigametro = 1000000000 metri, ossia un miliardo di metri).
Sembra grande ma, se messo a confronto con il diametro della stella più grande attualmente conosciuta (UY Scuti), quasi sparisce: 8 unità astronomiche.
Quanto è grande un’unità astronomica?
Approssimando un po’, corrisponde a circa 147 miliardi di chilometri, più o meno la distanza che separa la Terra dal Sole durante il perielio (punto di distanza minima tra i due corpi celesti).
Avete capito?
Il diametro di UY Scuti equivale a otto volte la distanza che separa il nostro pianeta dalla stella del nostro Sistema solare.
Ovviamente non è l’oggetto più grande presente nello spazio.

Dove sono allocate le stelle?
In enormi ammassi chiamati galassie.
Quella nella quale viviamo noi, insieme al Sistema solare, è chiamata Via Lattea: ha un diametro di 100000 anni luce (1 anno luce = 9460730472581 chilometri).
Ricordate a quale velocità viaggia la luce?
Partendo da questo valore si può dedurre che, per andare da un punto all’altro della Via Lattea, sarebbero necessari 100000 anni viaggiando alla velocità della luce.
Bella grande, vero?
Beh, in fondo deve contenere tra 200 e 400 miliardi di stelle.
Eppure non è nemmeno la galassia più grande, perché il record attuale spetta a NGC 6872, la quale potrebbe contenere cinque volte l’intera Via Lattea.
Tutto qui?
Ma neanche per sogno: le galassie, a loro volta, sono raggruppate in regioni cosmiche, create convenzionalmente per avere dei punti di riferimento per calcolare le dimensioni dell’universo visibile.
La Via Lattea si trova nel Superammasso Locale, un insieme di galassie dal diametro di 200 milioni di anni luce.
La più grande struttura galattica conosciuta è la Grande muraglia di Ercole, che misura 10 miliardi di anni luce.

Quindi abbiamo miliardi di galassie, le quali contengono svariati miliardi di stelle, distanti le une dalle altre diversi milioni di anni luce; questo ammasso cosmico è circondato da una sterminata massa oscura.
L’insieme di galassie è contenuto in un immenso vuoto cosmico, il quale non completa di certo la lista dei corpi spaziali presenti nell’universo, in quanto andrebbero considerati pure altri oggetti come buchi neri, quasar e via dicendo; inutile dire che, se esistesse il multiverso, le grandezze in gioco diventerebbero ulteriormente da capogiro.
Se fossimo davvero così importanti, per quale motivo la vita sarebbe così rara e ospitata in un ambiente tanto ostile?
E perché nello spazio c’è, appunto, così tanto spazio inutilizzato?
Pensate che, se ci estinguessimo in questo istante, l’universo smetterebbe di esistere?
Siamo davvero dei privilegiati?
Forse dovremmo darci una piccola ridimensionata e considerarci per quello che siamo realmente: esseri biologici che provano emozioni, ma dalle limitatissime capacità fisiche e padroni di niente, se non di noi stessi (a volte nemmeno quello).

Ora, pur non credendo nella maniera più assoluta nella fondatezza scientifica di quello che sto per dire (in un tribunale e sotto giuramento negherei tutto), vorrei concedermi un viaggio di fantasia.
Sapendo che tutta la materia è composta da atomi, è perfettamente lecito pensare che qualcuno di noi possa avere, all’interno del proprio corpo, qualche particella contenuta un tempo lontano in una stella; ma non è questo il viaggio di fantasia che intendo io.
E se gli atomi avessero una sorta di memoria del proprio passato?
Ipotizziamo che esistano atomi riportanti una sorta di impronta caratteriale dell’individuo.
Forse abbiamo in noi atomi che, una volta, formavano i corpi di Alessandro Magno, Cristoforo Colombo, Dante Alighieri o anche Adolf Hitler (a patto di non essere nati prima del 1945, ovviamente): parte della loro personalità si sarebbe trasmessa a noi, proprio come se si fossero reincarnati.
Voi chi vorreste/potreste essere?
Fine della bizzarria narrativa: la materia va dove deve andare, unicamente come conseguenza del rapporto causa-effetto e non per la trasmigrazione dell’anima.

Torniamo a qualcosa di più pratico.
Noi ci troviamo a metà strada tra il micro e il macrocosmo, non perché siamo stati prescelti, ma perché è solo in questa via di mezzo che persistono le condizioni per lo sviluppo (casuale) della vita.
Ogni atomo del mio corpo è convinto che la vita sia solo una straordinaria coincidenza della chimica, quindi possiamo escludere a priori che, nella memoria dei miei atomi, ci siano i pensieri di filosofi-religiosi del passato; rimane comunque affascinante il fatto che un nostro organo (il cervello) sia in grado di interrogarsi non solo su se stesso, ma anche sull’infinitamente piccolo e sull’infinitamente grande che compongono l’universo che ci ospita.
Come scrisse anche Cicerone ne La natura divina, nell’essere umano è insito il bisogno di credere in qualcosa o in qualcuno di divino, forse a causa di alcuni limiti del nostro pensiero astratto.
Io sono ateo agnostico: ateo perché non credo in Dio, agnostico perché non potremmo mai dimostrare la sua esistenza.
Mi vado bene così, con la mia casualità che decide e, allo stesso tempo, non decide.
La mia volontà ha qualche potere sull’universo che mi circonda?
Assolutamente sì: quello di poter decidere quale libro di quelli a mia disposizione leggere.
Non voglio lasciare una libera interpretazione a quest’ultima frase: intendo proprio dire che non contiamo un cazzo; per quanto mi riguarda, lo considero un bene.

Ora rilassatevi con questo bel video:

Vittorio Tatti

Sulla tolleranza – Voltaire

Ho trovato abbastanza deludente questo Sulla tolleranza – scritto da Voltaire nel 1763 –, aspettandomi un’esauriente disamina dell’argomento su più fronti, ma limitata invece alla religione e alla libertà di culto.
L’Autore comincia bene parlando del caso del protestante ugonotto Jean Calas, erroneamente giustiziato perché ritenuto colpevole dell’uccisione del figlio Marc-Antoine, il quale si sarebbe voluto convertire al cattolicesimo.
Giustamente Voltaire biasima il fanatismo, chiamando in causa la tolleranza di una religione nei confronti dell’altra.
A questo punto mi sarei aspettato di vedere applicare il concetto anche ad altri contesti politici e sociali, ma l’Autore si limita a un ragionamento riservato a cristiani, musulmani, ebrei e fedeli di altre religioni, andando a ritroso nel tempo addirittura fino ai filosofi greci e agli imperatori romani.
Di conseguenza ne risulta un punto di vista incompleto, il quale sfocia addirittura in un’ostentazione della presunta superiorità del credo papale.
Le stesse parole di Voltaire suggeriscono che la tolleranza non debba scaturire da un sincero confronto di idee, quanto invece da una compassionevole accettazione nei confronti delle limitate conoscenze verso un ignorante non illuminato dal Vangelo.
Ho trovato questa esternazione ipocrita, banale e oltraggiosa, considerando che è stata partorita da una delle menti più illustri del XVIII secolo.

Voto: 4.

Vittorio Tatti